Fabio Grosso: la convinzione nei propri mezzi ti fa raggiungere ogni traguardo

Nel Renato Curi, seconda squadra di Pescara, gioca in difesa, sulla sinistra, il piccolo Fabio Grosso, ragazzo dal buon fisico e dai grandi polmoni. Il Chieti lo schiera come trequartista e permette il suo esordio tra i professionisti. Nel 2001 festeggia la promozione degli abruzzesi in C1 e il passaggio al Perugia di Serse Cosmi. Nel modulo 3-5-2 diventa esterno di centrocampo, corre veloce, sa crossare ed è bravo anche a calciare le punizioni. Diventa presto titolare in Ae il 30 gennaio 2004 scende di categoria per tornarci dopo pochi mesi con il Palermo. In Sicilia trova l’ambiente ideale per esplodere, in Italia e in Europa (8 presenze in Coppa UEFA), tanto da guadagnarsi il pass per il Mondiale del 2006.

Si procura il penalty che permette all’Italia di superare gli ottavi di finale contro l’Australia, segna nella semifinale contro la Germania ed è l’ultimo dei rigoristi che il 9 luglio 2006 si alternano sul dischetto per l’assegnazione della Coppa del Mondo: “La cosa particolare era che in quel momento sia io che i miei compagni avevamo voglia di tirare quei rigori e di fare gol – ricorda Fabio Grosso – il modo in cui li abbiamo calciati è stato la dimostrazione di quanto voglia avevamo di vincere quella gara. Dopo tanti anni posso dire che la convinzione di poter raggiungere determinati obiettivi ti fa fare sempre qualcosa in più rispetto a chi in quel momento si lascia sopraffare dal timore. A parole è sempre difficile spiegare cosa si è provato in quei momenti. Emozioni uniche con dei compagni unici in un percorso bellissimo che è finito come tutti sappiamo. Rivedere quelle immagini è motivo di orgoglio e soddisfazione per quello che siamo stati capaci di fare”.

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Quel rigore permette a Grosso di essere considerato un top-player. Passa all’Inter (Scudetto e Supercoppa) e dopo un solo anno al Lione. In Francia è decisivo nella conquista del titolo. Grosso chiude la carriera in Italia, con la Juventus. Ha avuto modo di conoscere anche la cucina transalpina, oltre a quella delle diverse regioni dove ha giocato: “Non sono uno specialista e non so distinguere i piatti in base alle regioni di appartenenza. Sono però uno che a tavola pensa più alla quantità che alla qualità, nel senso che mi basta quello che prepara mia moglie. Il mio piatto preferito è la pasta alla carbonara. Oltre la nostra cucina che è famosa in tutto il mondo ho avuto la fortuna di stare all’estero dove mi sono trovato benissimo a livello umano, professionale e culinario. La carne francese mi ha lasciato l’acquolina in bocca e quando torno da quelle parti cerco sempre di approfittarne, rispolverando anche ricordi di gusto”.

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