Alex Zanardi: “Volevo solo pedalare”

Ha 50 anni ma sembra un ragazzino. Alex Zanardi ha l’argento vivo addosso, negli occhi, nella testa, nel cuore. È il suo tratto, la sua forza, davvero smisurata. Qualcosa che lo animava all’inizio della carriera e che forse venne a galla ancora prima, quando a soli 13 anni perse la sorella Cristina in un incidente stradale. Forse tutto iniziò proprio là, nell’elaborazione di un dolore precoce, come capita quando la vita mette davvero alla prova e allunga le ombre. O si è piegati o viene fuori una reazione potentissima. E poi l’incidente in pista, con il cappellano che gli aveva già dato l’estrema unzione: “Quando ho aperto gli occhi in ospedale, con un tubo in gola e le mie funzioni vitali in pericolo, il primo pensiero non è stato come farò a vivere senza gambe, ma come potrò fare tutte le cose che voglio fare anche senza gambe? Quello è stato il momento vincente”.

Al suo posto, molti si sarebbero “accontentati” di essere ancora a questo mondo. Lui, invece, si è inventato una nuova vita, se possibile, persino più elettrizzante della prima. Quella che racconta in “Volevo solo pedalare”, scritto a due mani con il giornalista de ‘La Gazzetta dello Sport’ Gianluca Gasparini. Alex ripercorre i suoi ultimi eccezionali tredici anni come se si trattasse della normalità. Con il sorriso e tanta passione, gli stessi che ha portato sul podio a Rio, dopo altre tre splendide medaglie olimpiche. Tra aneddoti, ritratti di figure “paterne”, amici veri, uomini e maestri di sport, dalle pagine del suo ultimo libro esce un cocktail di serenità, ironia, tenacia, voglia di divertirsi e umiltà. Qualche esempio? Alex riesce a costruirsi una nuova carriera sportiva semplicemente perché… si ferma all’autogrill, vede per caso una handbike legata sul tetto di un’auto. E ancora: affrontando l’Ironman delle Hawaii, la gara di triathlon più sfiancante del mondo, sostiene di essere “avvantaggiato” perché la maratona è più pesante per chi ha le gambe!

Zanardi oggi è pilota, paraciclista e conduttore televisivo. Scherza quando lo definiscono mito, leggenda. O quando gli rivolgono quei grandi interrogativi sulla vita, come se fosse un guru. Scherza ma non si sottrae alla responsabilità, che sente e cerca di onorare. Anche perché non è sempre stato così. Alex appartiene alla categoria di quelli che la fortuna hanno dovuto costruirsela prima di poterla afferrare. Nasce in una famiglia umile (padre idraulico e mamma casalinga) e per iniziare a correre in kart gli sponsor deve trovarseli da solo. Se poi è approdato in Formula 1, se ha trionfato nella F3000 e nella serie americana Indycar, è tutto merito della grinta e della capacità. Un talento cristallino e un po’ folle, ma capace di regalare alla storia dell’automobilismo sorpassi che prima di lui sembravano impossibili, come quello al Cavatappi a Laguna Seca. Quando nel 2003, a due anni dal terribile incidente, scopre l’handbike e in molti nutrono qualche perplessità. “Mi chiedevano se ero sicuro. La mia scelta è la dimostrazione che quando decidi dove andare senza farti guidare dall’ambizione, arrivano spesso grandi risultati, che poi l’ego lo appagano comunque. Questo è stato il vero valore, qualcosa che mi ha appassionato. Non solo allenamento ma anche una perfetta preparazione del mezzo, per me è stato eccitante. Non c’è nulla di magico, di nascosto, non ho vinto perché volevo vincere, ho vinto perché volevo guidare la bici”.

Alex Zanardi ha vinto perché ha sempre e solo cercato di seguire ciò che gli suggeriva il cuore, rimanendo, però, sintonizzato col cervello. Ha vinto perché sul circuito del Lausitzring ha perso le gambe, ma non spirito e curiosità. Ed è un esempio perché crede che il primo dovere di ogni essere umano sia quello di essere delle persone perbene, valore che cerca di trasmettere soprattutto ai giovani. E’ bello sapere che esistono persone così. Persone capaci di mostrarci le potenzialità infinite dell’animo, quando arriva la notte e viene addosso un freddo del diavolo. Persone che vivono ogni giorno sentendosi ispirate. Per queste persone le cose da fare non finiscono mai.

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