La storia di Sara Anzanello: oltrepassare i limiti per vivere l’impossibile

Non c’è tempo, nemmeno di avere paura, forse è meglio così. Quando una malattia attacca improvvisamente si chiama “fulminante”. Il mondo che si conosce smette improvvisamente di girare. Le tue partite, quelle da vincere davvero, si spostano da un palazzetto a una stanza di ospedale. E’ successo a Sara Anzanello, centrale campione del Mondo con la Nazionale italiana. Si trova a Baku, nella Superliga dell’Azerbaigian, quando è colpita da un’epatite fulminante. Il 14 marzo 2013 è ricoverata a Milano per un trapianto di fegato: “Sono andata in coma praticamente subito e mi sono risvegliata a giochi fatti – ricorda – la parte tragica dell’attesa per fortuna non l’ho vissuta. Quando mi sono risvegliata però tutto era cambiato. Le certezze, i punti di riferimento non c’erano più. La carriera, il fisico, la forza: sono svanite in un attimo. Ho faticato a riconoscere i miei limiti per cercare di superarli. Sono situazioni difficili da gestire. Ci è voluta molta pazienza per ritrovare una certa indipendenza. La mentalità sportiva mi ha aiutato nella fase di ripresa, costanza e determinazione caratteristiche dell’atleta sono diventate fondamentali anche lontano dal campo”.

Partire per recuperare il tempo perduto. A Sara tornano in mente i primi passi nel mondo del volley. Quando a quattordici anni accompagna un’amica all’allenamento e viene notata dal coach. E’ già alta 1.86 e le probabilità di sfondare sono enormi. Sara Anzanello abbandona il pianoforte. E’ conquistata dall’ambiente dello sport, dallo spogliatoio, dallo spirito di squadra. “Ero più avvantaggiata rispetto alle compagne per l’altezza. Dopo un anno e mezzo mi trovavo nella selezione giovanile. Ero stata convocata ad un raduno in provincia di Ancona. Avevo la febbre a 39, ho dovuto litigare con mia madre per poterci andare. Sono rimasta chiusa in albergo per due giorni, al terzo nonostante il pessimo allenamento sono risultata interessante per le doti di salto. Così è cominciato tutto. Mi allenavo con il Latisana. Una vitaccia, dal Veneto al Friuli andata e ritorno tutti i giorni: scuola, autobus, macchina, treno. Ero sempre in giro, a 16 anni sono andata a vivere fuori casa, giocavo in Prima Divisione ero riserva in A2. Quando tornavo in famiglia trovavo il mio piatto preferito. Le lasagne che da noi si chiama il “pasticcio”. Una bomba calorica dove mamma metteva dentro di tutto, ragù e quintali di mozzarella. Andavo matta anche per le patate, cucinate in tutti i modi, al forno, fritte, lesse”.

I sacrifici sono presto ripagati, a 18 anni arriva la prima convocazione in Nazionale. “Quel giorno lo ricordo bene. Eravamo ad Arezzo e abbiamo affrontato Cuba. E’ stato come dare un senso a tutto quello che avevo fatto prima. All’estate trascorsa ad allenarmi anche otto ore al giorno per recuperare la tecnica che non ho mai avuto modo di imparare da bambina”. Sara Anzanello con la Nazionale italiana colleziona 278 presenze, vince un campionato Mondiale e due Coppe del Mondo. “Eppure non ho dormito nulla prima di un’altra partita, quella di Orago, il 9 gennaio 2016”.

E’ vero, a questa stupenda storia di sport manca un pezzetto, il racconto della vittoria più bella, quella dell’amore per il volley capace di battere anche il destino avverso. Sara torna in campo dopo la malattia: “La coppa del Mondo è un altro livello, ma quel 9 gennaio l’emozione è stata fortissima. Un tipo di ansia impressionante, forse paragonabile solo a quella che si prova prima di una finale mondiale. Il trapianto di fegato mi ha fatto capire tante cose. Ho rivisto le priorità della mia vita. Solo la passione smisurata per il volley è rimasta la stessa. La disavventura che ho dovuto superare mi ha fatto capire di non essere infallibile. L’intervento, il decorso post operatorio, il lunghissimo recupero, sono rimasta ricoverata mesi. Tutto è diventato una sfida. Era una conquista anche tornare a mangiare da sola. Non avrei mai immaginato di potere nuovamente sollevare pesi, di rimettermi in gioco come atleta. Ricordo benissimo il primo pallone toccato a Orago, il primo muro in quella palestra, il primo punto. Non sono più l’atleta di prima, adesso ho dei limiti, devo solo averne consapevolezza”.
L’umorista inglese Arthur Bloch, quello della legge di Murphy, ha scritto: “L’unica maniera di scoprire i limiti del possibile è di oltrepassarli e finire nell’impossibile”. E Sara Anzanello l’impossibile lo vive ogni volta che si presenta sotto rete.

Simona Romaniello

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