Marco Belinelli per i tifosi d’America è Rocky

Lo sport è educazione, sacrificio, amicizia, ha valori che aiutano a diventare grandi. In famiglia lo sanno e ci sono due fratelli, Enrico e Marco, che giocano a pallacanestro, mentre Umberto si diverte con il pattinaggio artistico a rotelle. Marco, che fa Stefano di secondo nome, è il più piccolo ma è anche quello che coltiva il sogno più grande: raggiungere un giorno i campioni dell’NBA, anche se l’America sembra così lontana da quel paesino della provincia di Bologna in cui cresce, San Giovanni in Persiceto. “Ho sempre provato amore per il basket, grazie a mio fratello Enrico a cinque anni ho cominciato a giocare a pallacanestro – ricorda Marco Belinelli da lì è nata una passione che non si è più fermata. A quell’età quasi tutti i miei compagni di scuola pensavano al calcio ed io ero l’unico che si cimentava nel basket. Qualche calcio lo davo solo durante l’intervallo. Pur di fare sport, facevo anche quello”.

Marco fa parte delle giovanili della Vis Persiceto. I campionati regionali rappresentano la vetrina dove farsi notare dagli osservatori della Virtus Bologna. E’ il playmaker di una squadra che vince per 4 anni di fila i campionati provinciali e regionali. Riceve spesso il riconoscimento di migliore giocatore della manifestazione. Un premio anche alla persona, non solo all’atleta: “La famiglia mi è stata sempre vicino, ha creduto in me e nel sogno di diventare giocatore di basket professionista. Mi ha sempre accompagnato lungo il cammino e devo tanto a loro per la persona che sono, per l’educazione che mi hanno trasmesso”.

Sanguettoli è un allenatore in grado di coltivare giovani talenti e grazie alle sue attenzioni Marco sboccia in un paio di stagioni. A 15 anni si allena già con la prima squadra di coach Ettore Messina. Gioca con la Nazionale juniores e arriva quarto agli Europei di Saragozza. Gli osservatori della NBA cominciano a seguirlo. “Sin da piccolo ho sperato di poter diventare un loro giocatore. Con mio fratello guardavo le partite del campionato americano, molto più di quelle del torneo italiano. Quando ho avuto la possibilità di entrare a far parte del Draft NBA ho provato emozioni impossibili da descrivere. Ero incredulo e felice allo stesso momento. Potevo entrare nel mondo “Top dei top”, volevo vincere anche lì e provare a lasciare la mia impronta”.

Al draft NBA del 28 giugno 2007 è il primo europeo selezionato al primo giro dai Golden State Warriors. Nel precampionato americano, convince a suon di punti la squadra californiana ad ingaggiarlo. La voglia di migliorare è più forte della distanza da casa. “Quando sono lontano mi mancano tante cose dell’Italia. Amo la mia città, San Giovanni in Persiceto, provo nostalgia per la famiglia e gli amici. Mi mancano le piccole cose, come andare al bar e bere il caffè in compagnia. E anche il cibo italiano. Noi bolognesi abbiamo un rapporto particolare con la tavola. Amo mangiare. Mia mamma è una donna di casa, è incredibile in cucina. Tagliatelle al ragù, tortellini alla panna, lasagne, sono i nostri “classici” che più mi piacciono. La pasta in America non è male perché ci sono tanti ristoranti italiani la cui cucina si avvicina a quella bolognese. Anche se non è la stessa cosa. Negli Stati Uniti mangio più carne, è davvero ottima. Sono un appassionato anche di vino, quello rosso in particolare. Quando mi trovo fuori a cena non mi faccio certo mancare una buona bottiglia, un bel bicchiere di rosso. Ma devo comunque stare molto attento. E’ giusto che mi tenga in condizioni ottime per fare pallacanestro”.

Il 2006 è l’anno del debutto in azzurro. Belinelli partecipa ai Mondiali di Giappone 2006. L’Italia viene eliminata agli ottavi e Marco è il migliore realizzatore della propria squadra con 13,5 punti a partita: “Come ti dicevo ho sempre avuto un occhio di riguardo per il basket americano, ma quando c’è stata la prima convocazione in Nazionale ero emozionato e sicuramente un po’ impaurito. Vedere partite della Nazionale dove c’erano Myers, Pozzecco, Basile mi faceva sperare un giorno di poter giocare con quella maglia. Quando poi ho visto il mio nome tingersi di azzurro è stato qualcosa di meraviglioso. Sono nel giro della Nazionale da quasi dieci anni. Non è mai diventata un’abitudine, anzi. Si va in campo con orgoglio e con quella carica che spinge a dare di più. Non solo per noi giocatori, ma per tutta l’Italia. Ero convinto che potessimo vincere l’Europeo 2015. Ci abbiamo provato fino in fondo ed è rimasto un po’ di amaro in bocca ma soprattutto abbiamo ancora più voglia di provare a vincere qualcosa di importante in futuro”.

Per la sua somiglianza con Sylvester Stallone i tifosi dei Warriors lo ribattezzano Rocky. Passa Raptors di Toronto, dove diventa seconda scelta e si abbassano i minuti di impiego. Si riscatta a New Orleans e passa ai Chicago Bulls. Il 5 maggio 2013 è il primo giocatore italiano a superare il primo turno di playoff nell’NBA. Fra i San Antonio Spurs mantiene la media stagionale di oltre il 44,5% nel tiro da tre punti, partecipa e vince l’NBA Three-point Shootout e il 15 giugno conquista il titolo NBA. “Dopo tutte le cose belle accadute in questi anni, pensavo fosse giunto il momento di raccontare qualcosa di me stesso. Ecco perché ho scritto il libro “Pokerface” (la foto è tratta dalla copertina, ndr). Non mollare, riuscire ad andare avanti anche nei momenti bui, come quando mi sono infortunato alla caviglia o non trovavo spazio in campo, sono solo alcuni dei messaggi che volevo lanciare. Per farmi conoscere meglio dalla gente, non solo come giocatore ma per la persona che sono”.

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