La forchetta, aggeggio “diabolico”

La maniera più naturale per portare il cibo alla bocca è con le mani o con l’osso di un animale con il quale infilzare il pezzo di carne che si vuole cuocere e mangiare. La prima evoluzione della posata porta ad una punta abbastanza grossa, una specie di spillo. Il “kreagra” è un forchettone usato nell’antica Grecia per togliere dal fuoco la carne degli animali. I romani preferiscono utilizzare il coltello e la mano destra, anzi tre dita (pollice, indice e medio) con alle estremità ditali che servono a non sporcarsi o scottarsi.

Reperti dell’Impero Romano d’Occidente testimoniano l’uso di forchette con due o tre denti, anzi rebbi, come sono chiamati. Servono a tenere fermo un grosso pezzo di cibo che deve essere tagliato, sono realizzate in legno, ottone, argento o alpacca (una lega di metallo contenente rame). La “ligula” è una forchetta con due punte che si usa per i datteri. La principessa Maria è nipote dell’imperatore bizantino Basilio II, nel 1003 sposa il doge veneziano Orseolo II. Ha l’abitudine di farsi tagliare dagli eunuchi il cibo in pezzetti che porta in bocca con una forchetta d’oro a due denti. Per il monaco Pier Damiani quell’arnese è diabolico. Forse perchè ricorda il forcone del diavolo. La forchetta è bandita dalla Chiesa e non può entrare nei conventi.

Grazie alla famiglia de’ Medici la posata è diffusa a corte e dalla Toscana arriva in Francia, quando Enrico II sposa Caterina de’ Medici. Divertente il commento che si trova nei libri quando la regina parla dell’introduzione della forchetta a corte: “Era uno vero spasso vederli mangiare, perché coloro che non erano abili come gli altri, facevano cadere sul piatto, sulla tavola e a terra, tanto quanto riuscivano a mettere in bocca”. Chi abita in città comincia a identificare la forchetta come uno dei simboli di abbondanza e civiltà. Curioso quello che succede sulla tavola di Guelfi e Ghibellini, le due parti politiche in cui è divisa l’Italia del XII secolo. I Ghibellini apparecchiano mettendo la forchetta orizzontale e verso il centro del tavolo, i Guelfi la posano alla destra del piatto. Con la diffusione della pasta, bollente e scivolosa, la forchetta comincia ad essere apprezzata anche da quei nobili che preferivano usare “le tre dita” per prendere il cibo. Nella seconda metà del Settecento, Gennaro Spadaccini, ciambellano di re Ferdinando IV, inventa la forchetta a quattro rebbi per bene attorcigliare i vermicelli, come erano chiamati a Napoli gli spaghetti.

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