Giuseppe Rossi: “Tante persone in America possono identificarsi con me”

“Amo l’Italia e la Nazionale e tante persone in America possono identificarsi con me. Sono arrivato all’Olimpiade con qualche ansia ma ci sono arrivato. A quella Olimpiade partecipavano Ronaldinho e Messi. Era una situazione magica e le magie non durano a lungo. Nello stesso anno, il 2008, ho fatto il mio esordio nella Nazionale maggiore” (dal libro “Amodo mio, my way” di Giuseppe Rossi).

Sulla Costa dell’Oceano Atlantico c’è il New Jersey, uno tra i più piccoli degli Stati Uniti, il fiume Hudson lo separa da New York City. Nella città di Clifton vive la famiglia Rossi, di chiare origini italiane. Papà Fernando è insegnante, come mamma Cleonilde, ed è anche allenatore di calcio. Quando il piccolo Giuseppe compie 12 anni, lo accompagna in Italia, perché il Parma vuole che il ragazzino giochi nelle giovanili gialloblù. Comincia così la storia di Giuseppe Rossi, ribattezzato “Pepito” da Enzo Bearzot, il CT che portò l’Italia a vincere il Mondiale spagnolo del 1982.

“Cosa vuole dire emigrante al contrario, dall’America all’Italia per inseguire un sogno? Significa sacrificio – spiega Rossi ricordando l’arrivo in Emilia – non solo mio, penso ai genitori che a dodici anni mi hanno portato in Italia. Il mio sogno era giocare in serie A e loro hanno reso possibile realizzarlo. Nel New Jersey ogni domenica mi svegliavo per vedere il nostro campionato e volevo un giorno arrivarci. Ai Mondiali del 1994 sono andato allo stadio con mio padre perché c’era la nostra Nazionale. Pensavo sempre più ad un’Italia bella, Paese che un giorno avrei voluto scoprire in ogni aspetto, anche quello della tavola. Ricordo le melanzane ripiene di nonna Concettina e gli gnocchi fatti in casa di nonna Elia”.

Un’Italia “buona” in ogni senso, una maglia, quella azzurra, da conquistare nonostante i tanti e gravi infortuni che hanno condizionato la tua carriera: dove hai trovato la motivazione per andare avanti e tornare sempre più forte?
“Io trovo la forza quando vedo il campo da calcio. Ho una grandissima passione per questo sport. Mi ha regalato momenti brutti come gli infortuni ma anche tantissimi ricordi belli, non solo quando sono diventato professionista. Anche quando ero piccolino, in giardino con mamma, papà, mia sorella. E’ uno sport che mi dà tanta felicità. Certo, ho dovuto sopportare due tre infortuni al ginocchio, tanti mesi fuori e in palestra. Però voglio sempre quel campo lì”.

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