Il tifo “all’italiana” è famoso in tutto il mondo
Cristiano Militello: “Tamburi, striscioni, torce e cori accompagnano i calciatori prima, durante e dopo la partita”

Venti regioni compongono l’Italia e di queste solo la Valle d’Aosta non ha mai avuto una squadra di calcio in serie A o B. l’Internazionale di Milano è l’unica ad avere giocato tutte le edizioni della massima competizione dal 1929, anno dell’istituzione del girone unico. La Juventus di Torino è quella che ha vinto più campionati. Il Genoa è il club più antico. La piazza d’armi o del mercato, il campo di Marte o il prato all’interno di un galoppatoio, giardini pubblici o parchi privati: sono i luoghi dove i pionieri del calcio si danno appuntamento per giocare a pallone
“Tutt’oggi, che ormai ho un’età ragguardevole, frequento lo stadio. Ho anche abituato i figli a fare proprio un certo tipo di turismo ad esso collegato. Siamo andati a Torino la prima volta con i miei figli che avevano nove e dieci anni. Per pura “par condicio” siamo andati a Superga al mattino e al Museo della Juventus al pomeriggio, perché comunque vedessero due aspetti. E questa cosa ha attecchito. Sono andati in Portogallo e hanno visto la partita del Benfica, sono stati a Monaco e hanno visto lo stadio. Noi a livello familiare facciamo proprio questo tipo di turismo. Ho scelto di andare all’estero per vedere la prima partita che ho visto con mio figlio e potermela godere senza che mi riconoscesse nessuno. Andammo a vedere il Chelsea, una scusa per passare un weekend a Londra. Ironia della sorte, entro dentro e il primo steward mi vede e dice: “No, c’è Cristiano Militello, non ci credo! Facciamo foto. Ho vissuto due anni a Modena e sempre vedere Striscia lo Striscione… fortissimo”.
Lo si può incontrare fuori dallo stadio, non importa la categoria delle squadre che si affrontano in campo. Cristiano Militello è un personaggio televisivo noto per i suoi servizi con i tifosi del calcio. Inviato del tg satirico di Canale Cinque “Striscia la Notizia” nelle città del pallone.
“Lo stadio per me è la cattedrale, il tempio. Si parla di fede calcistica perché è come fosse veramente la trasposizione della liturgia. L’arbitro è l’officiante, i tifosi sono i fedeli, i calciatori gli apostoli, c’è l’ostensione delle bandiere, dei colori, c’è il sacro. Ci sono davvero tante analogie con la messa. Lo stadio ha una sua sacralità”.
Forza e presenza, sostegno alla squadra e identità del gruppo: lo striscione esposto all’interno dell’impianto sportivo va oltre la coreografia, è il simbolo che crea atmosfera, il vessillo che rappresenta orgoglio, appartenenza, identità. Segno di un amore che non tradisce, che si sceglie da bambini e accompagna per tutta la vita, che si tramanda di generazione in generazione. Si può cambiare partner, casa, lavoro, ma non la propria squadra del cuore.
“Hai detto bene, con il declino progressivo delle ideologie oggi il calcio è forse l’ultima pura rimasta.
Perché non ammette cambiamenti, discussioni o repliche. L’unica fede vera che pulsa, quella del pallone. Che ancora trovo bazzicando in tanti campi, soprattutto minori. In Serie A vedo un gusto seriale, dove tutto è un po’ plastificato. Sembra di essere in un grande lunapark, dal modo di avvicinarsi allo stadio al vivere la partita. A cominciare da un’ora prima, con lo speaker, la musica alta, i giocatori che entrano in campo come un tempo fanno gli Harlem Globetrotters. Non parli più neanche con il vicino che non riesce a sentirti in questo frastuono. Quindi un po’ si è perso il gusto del calcio che ha iniziato ad appassionare me negli anni Ottanta. E che invece riscopro a certe latitudini, in certe categorie, dove è un po’ più “ruspante” e che sposo meglio come filosofia”.

Gli undici giocatori in campo più l’allenatore che urla indicazioni dalla panchina, non sono gli unici protagonisti che possono decidere l’esito della partita. C’è un altro soggetto che spesso risulta determinante ai fini del risultato, il cui apporto fa recuperare forze nascoste: è il “dodicesimo uomo in campo”, il tifoso. “Mi appiattisco sulla tua linea. Ho portato avanti anche mio malgrado delle battaglie e mi sono sempre esposto anche su tante cose di buon senso. Il nostro modo di fare il tifo con i tamburi, gli striscioni, le coreografie con le torce, si chiama in tutta Europa “tifo all’italiana”.
Il “tifo all’italiana” cui fa riferimento Militello è caratterizzato dalle spettacolari coreografie delle curve e dai canti che da quel settore dello stadio accompagnano i calciatori prima, durante e anche dopo la partita. “Gli ultras italiani sono un punto di riferimento mondiale per le coreografie negli stadi – ha detto il sociologo francese Sébastien Louis autore del libro “Ultras. Gli altri protagonisti del calcio”, dottore in Storia contemporanea e specialista del tifo radicale in Europa e nel Nordafrica – nella divisiva società dell’individualismo, in curva si sta insieme per partecipare a momenti di creatività collettiva. L’Italia è considerata la mecca degli ultras dall’Europa fino all’Indonesia”.
