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Quando il Milan ha vinto il derby di Champions: Massimo Ambrosini con IFC

La semifinale del 2003 che ha portato al trionfo di Manchester contro la Juventus

Oggi andiamo a Milano, capitale del Regno d’Italia Napoleonico, che dà il nome alla costoletta di vitello con l’osso, impanata e fritta in burro chiarificato, e anche a una delle squadre di calcio più antiche d’Italia e blasonate al mondo: il Milan. Indossa maglie a strisce verticali di colore rosso e nero e gioca allo Stadio Meazza, nel quartiere di San Siro.

Strata, ovvero via lastricata, parola latina che origina il termine strada. Non si tratta solo di un percorso, è molto di più. Il viaggio che porta allo stadio, luogo dove si concentrano sentimenti ed emozioni, il cammino di crescita personale per chi sogna di diventare calciatore. 

Io nasco in oratorio, nel senso che abitavo a cinquanta metri di distanza e passavo tutto il tempo libero che avevo nel campetto. Mi fai ricordare quella che forse è stata la parte più bella e sana della mia vita, quando veramente la passione era l’unica cosa che ti portava al campo. Da piccolini ci si cambiava e si andava a giocare finché la mamma non ti chiamava. Giocavo in una squadretta che si chiama Adriatico Calcio Pesaro.

Massimo Ambrosini nasce a Pesaro e gioca a pallone con gli amici dell’oratorio. Si danno appuntamento al campetto del Cristo Re, i più forti sono gli idoli del quartiere Centro Mare. Passa dalla Parrocchia alla scuola calcio Adriatico, partecipa a un torneo dove viene notato dagli osservatori del Cesena, nel vivaio dei romagnoli mister Ballardini gli cambia il ruolo: da punta a centrocampista per esordire in B con la prima squadra.

Il momento più importante, ma questo l’ho scoperto molto dopo, è stato una partita del campionato di serie B a Piacenza. Era la seconda da titolare che giocavo. A Cesena ho debuttato a 17 anni giocando in casa contro l’Udinese. E la domenica dopo andammo a giocare a Piacenza. Italo Galbiati, viceallenatore del Milan. era libero quel giorno per uno sciopero della Serie A. Venne a vedere il Cesena, era interessato a un altro calciatore. Io giocai benissimo e il mio nome finì sul suo taccuino.              

Carattere, grande senso della posizione, buon colpo di testa: quel ragazzo ha dei numeri. Italo Galbiati, vice dell’allenatore Fabio Capello, gli apre le porte del Milan. Ambrosini esordisce a Pescara, nella partita di Coppa Italia vinta 4-1. Al decimo minuto del secondo tempo scende in campo insieme a campioni come Panucci, Baresi, Costacurta, Roberto Baggio.          

Il primo allenamento che ho fatto. Vorrei vedere te entrare in quello spogliatoio e con quei campioni lì. Ho avuto un impatto devastante. Pensa, non ero mai stato a Milanello e neanche a San Siro, non avevo mai visto quei giocatori dal vivo. Al tempo la televisione te li mostrava ma non come adesso. E quindi cambiarsi, andare ad allenarsi, fare il torello: è stato quello il momento più emozionante. Poi ce ne sono stati tanti altri.    

Diciassette stagioni al Milan, una avventura cominciata nel 1995 e finita nel 2013, interrotta solo dall’annata 1997-98 trascorsa con il Vicenza. 4 scudetti, 2 Champions League, 1 Coppa Italia, 2 Supercoppe Italiane e UEFA, 1 Coppa del Mondo per Club: il palmares di Massimo Ambrosini al Milan è ricco di successi. Eppure la partita che ricorda più volentieri non è una vittoria, ma il pareggio per 1-1 nello storico derby d’Europa del 2003 in casa dell’Inter, giocato dopo lo 0-0 dell’andata.

La partita più bella è stata la semifinale di Champions contro l’Inter del 2003, non fu una vittoria ma si trattò dell’anticipo del successo di Manchester. Quella soddisfazione è legata a un momento decisivo.        

Andare allo stadio è un rito collettivo. Dove la passione per la propria squadra diventa occasione di INCONTRO (come accade sul campo di gioco), per condividere momenti ed esperienze, creare ricordi… persino della tavola. E organizzare una trasferta spesso significa prenotare un posto dove fermarsi a pranzo o cena.                 

Il parmense Giuseppe Verdi, uno dei più grandi operisti di ogni tempo, considerava i piaceri della tavola come opere d’arte e il suo piatto preferito era il risotto, classico della cucina italiana.   

A Milano ho imparato a mangiare il risotto che mia mamma non faceva e le insalate.   0”

“A Milano ho imparato a mangiare il risotto che mia mamma non faceva e le insalate”, racconta Massimo Ambrosini, centrocampista del Milan per diciassette stagioni, nelle quali ha messo insieme 344 presenze in A e segnato 36 reti.

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