Per un ragazzo di Lodi il Fanfulla è come la Serie A: Andrea Ciceri con IFC

Oggi andiamo Lodi, città nota la pace del 9 aprile 1454 tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, sancita da un trattato che favorisce all’Italia stabilità e all’Europa e al mondo la fioritura del Rinascimento. Città la cui squadra di calcio si chiama Fanfulla, uno dei tredici cavalieri che nel 1503 vinse la disfida di Barletta contro altrettanti francesi.
“Fanfulla era il guerriero della Disfida di Barletta e rappresenta quell’orgoglio, quello stimolo (anche se non è bello parlare di guerra) in più. L’onore di un cavaliere che aveva difeso la propria patria. E la gente a Lodi ha sempre voluto vedere battaglie sportive, le uniche belle. Si è sempre impersonificata con questo guerriero e in una maglia che dovrebbe significare di più”.
Andrea Ciceri è stato centrocampista del Fanfulla per undici stagioni, tra il 1992 e il 2009. Dopo avere giocato nella squadra della sua città, ci è tornato da allenatore, come aveva promesso il giorno in cui si è tolto la maglia bianconera. Dal campo dell’oratorio di Quartiano, chiamato così perché distante quattro miglia da Lodi, a quello della Dossenina il viaggio è breve.
“Seguo il Fanfulla dal 1988, anno in cui entrai nel settore giovanile e non ho mai visto il professionismo, l’ultimo anno è stato l’84. L’ho sfiorato qualche volta da giocatore e da allenatore. C’è ancora un substrato di passione, di valore, di attaccamento alla maglia”.
Strata, ovvero via lastricata, parola latina che origina il termine strada. Non si tratta solo di un percorso, è molto di più. Il viaggio che porta allo stadio, luogo dove si concentrano sentimenti ed emozioni, il cammino di crescita personale per chi sogna di diventare calciatore.
Pensi che sei in Serie A. Non avrei mai voluto vestire una maglia diversa da quella che avevo in quel momento lì. Perché era il raggiungimento di quello che da tempo stavo facendo. Ero un bambino cresciuto tirando i calci a un pallone in oratorio. Arrivare al Fanfulla, che era la massima società del panorama lodigiano era la A per me. Vivevo un sogno e volevo godermelo, come lo è stata tutta la carriera con quella maglia.
Album, che non è solo quello discografico… parola latina con la quale si indica una tavoletta bianca, o un foglio, dove si scrive con l’inchiostro. C’è anche l’album fotografico, o quello che raccoglie la collezione di figurine. Che siano di suoni o immagini, gli album hanno la magica capacità di connettere passato, presente e futuro, evocando sentimenti e profumi, tramandando storie attraverso generazioni.

25 aprile 1993, Campionato Nazionale Dilettanti girone A, quello vinto dal Legnano di bomber Seveso davanti al Saronno del presidente Enrico Preziosi. Il Fanfulla chiude al terzo posto e l’allenatore Alessandro Mutti fa esordire in prima squadra Ciceri proprio in casa della capolista lilla.
La partita me la ricordo, era a Legnano, 3-1 per loro. Con mio passaggio-gol a Paolo Corti. In realtà buttai la palla il più lontano possibile, finì nell’area, a un giocatore fortissimo che segnò. Non avevo ancora compiuto sedici anni. Ero un “pulcino bagnato” in mezzo a quelli che erano i miei idoli. Conservo ancora oggi a casa un fogliettino dove avevo scritto la formazione ideale del Fanfulla che andavo a vedere e i cori che avevo inventato per certi giocatori con i quali poi ho cominciato a giocare insieme. L’ho riscontrato nel corso della mia carriera: chi sale in prima squadra dal settore giovanile ha qualcosa in più quando veste quella maglia. C’è una fidelizzazione, un attaccamento che chi arriva da fuori deve recuperare con gli anni.
Gol di Curti all’inizio del secondo tempo, risposta del Legnano, pronto a festeggiare la promozione in C2, con le reti di Scienza, Tolasi e Seveso. Quelle 7 presenze bastano a Ciceri per farsi notare dagli osservatori della Lazio, che lo portano nella Primavera di Mimmo Caso. In spogliatoio con lui ci sono il futuro campione del mondo Alessandro Nesta e il forte attaccante Marco Di Vaio. Un anno nella capitale per raggiungere la maturità necessaria a diventare titolare nel “suo” Fanfulla.
Lo stadio di Lodi è stato inaugurato nel 1920, un anno dopo quello di Cremona, ed è il secondo più anziano della Lombardia, insieme a quello di Crema, fra gli impianti della regione che hanno ospitato le partite casalinghe delle 26 squadre che dal 1929 ad oggi hanno giocato in Serie A o B. Si chiama “Dossenina”, come la cascina che si trova vicino a dove è realizzato il campo dopo la prima guerra mondiale.
“Per parlare della Dossenina bisognerebbe chiamare il professore Andrea Maietti, uno scrittore lodigiano che ha chiamato quello stadio “osteria”. Perché da una parte dà l’idea di essere una struttura importante nel cuore della città. I gradoni risuonano storia. Quando da giocatore entravo in campo li sentivo parlare quando la partita diventava tosta. Non importava quanta gente ci fosse. E allo stesso tempo era il posto più normale e umile possibile per ritrovarsi tutti insieme e festeggiare, con gente che conoscevi e non, e vivere momenti di vicinanza come solo il calcio in certi posti sa dare”.

276 presenze e 26 gol segnati in undici campionati di Serie D ed Eccellenza con il Fanfulla. La vittoria in Eccellenza al debutto come allenatore dei lodigiani e la rincorsa al professionismo durata tre anni e bruscamente interrotta dalla finale playoff persa contro il NibbionOggiono nel 2021. Andrea Ciceri, insegnante di educazione fisica, incarna i valori e la storia del club bianconero.
“Se devo ritemprarmi un po’ mentalmente, penso a ogni volta che mettevo quella maglia e mi sentivo invincibile. In casa ero forte e volevo comandare io, perché era quello che la gente voleva da me. Quando sono andato via dal Fanfulla avevo promesso che ci sarei tornato da allenatore. Così è stato. Il primo anno la sfida è stata tosta, in Eccellenza. Si doveva ricostruire tutto, dalla squadra alle relazioni con i giornalisti e i tifosi, per avere credibilità. Ci ho messo la faccia, l’impegno. Ho trovato un gruppo incredibile, di giocatori pronti a tutto e davvero forti: Brognoli, Laribi, Battaglino, Palmieri. Alcuni si trovavano a fine carriera e davano l’esempio, altri invece hanno cominciato a fare strada. Quella stagione lì che è stata il mio battesimo a Lodi ha preparato la via per campionati ancora più belli. Abbiamo fatto la Serie D ad alto livello: quarto, terzo e secondo posto. Questa è stata la mia storia a Lodi che poi mi ha permesso di vincere a San Giuliano con quell’ossatura spostata un po’ in blocco. In quella prima stagione se non avessi trovato questi giocatori che sono venuti nel fango della Dossenina a fare vedere cosa è il calcio divertendosi, non avrei avuto la stessa partesi così bella da allenatore come lo è stata da calciatore”.
Il viaggio verso lo stadio Dossenina di Lodi al seguito del club per cui si fa il tifo, offre anche la possibilità di visitare luoghi non legati allo sport e scoprire gusti del territorio. Si tratta di una forma di turismo in cui la passione per il calcio è la motivazione principale della trasferta.
A tavola si celebra col saporito Raspadüra e la tipica Tortionata, uniti al vino San Colombano DOC. “A Lodi vi farei provare sicuramente la Raspadura sicuramente, una delle specialità del posto, sottilissime sfoglie di formaggio Granone Lodigiano. E anche un buon salame, perché quella è terra campagnola”.

